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Passione, fatica, rispetto: quando la teoria diventa pratica in classe

Passione, fatica, rispetto: quando la teoria diventa pratica in classe



A inizio anno Alberto Pellai ha scritto ai docenti una lettera augurale che ruota attorno a tre parole: passione, fatica, rispetto. Parole semplici, quasi scontate se lette di corsa, ma che nascondono un pensiero tutt'altro che banale, soprattutto quando si intreccia con il tema dell'intelligenza artificiale nella didattica.

Pellai osserva come la parola più usata per raccontare l'AI a scuola sia "facilitazione": facilitazione per il docente, che trova supporto e velocità, ma anche per lo studente, che trova risposte immediate. E qui arriva l'invito che mi ha colpito di più: continuare ad amare la fatica, con la stessa logica con cui la amano l'allenatore sportivo e il suo atleta, perché non esiste scorciatoia quando si tratta di costruire davvero abilità e competenze.

Leggendo queste righe ho ritrovato, quasi parola per parola, ciò che è successo nei primi giorni di scuola nella nostre classi.

Le altezze, il calcolo della media, la fatica che insegna.

Con le attività sulle altezze i bambini si sono misurati (letteralmente) con il calcolo della media: numeri lunghi, addizioni da tenere in colonna, la ricerca di strategie per organizzarsi meglio e alleggerire il lavoro. Solo alla fine, a calcolo concluso, abbiamo tirato fuori la calcolatrice, non per fare il lavoro al posto loro, ma per verificare quello che avevano già fatto con le proprie mani e la propria testa.

È stato naturale, a quel punto, aprire una riflessione con la classe: avremmo potuto usare la calcolatrice fin da subito, risparmiandoci la fatica del calcolo. O, spingendoci oltre, avremmo potuto affidare i dati direttamente a uno strumento di intelligenza artificiale e lasciare che facesse tutto lui. Ma se lo avessimo fatto, cosa avremmo davvero imparato?

La risposta è arrivata dai bambini stessi, con parole diverse ma con lo stesso significato: è stato il fare, ragionare, calcolare, cercare la strategia giusta, confrontare i risultati con il compagno di banco, correggersi a vicenda, a farli arrivare alla comprensione vera del concetto di media. Non il risultato in sé, ma il percorso per arrivarci.

Una fatica che genera, non che pesa.

Pellai la chiama "fatica generativa", quella che lascia stanchi ma anche più capaci, un po' come l'atleta che dopo l'allenamento sa di essere pronto per la gara. È la stessa fatica che ho visto nei miei studenti: non un ostacolo da rimuovere, ma il terreno su cui si costruisce davvero la competenza.

Questo non significa rifiutare gli strumenti, calcolatrice o intelligenza artificiale che siano, ma scegliere consapevolmente quando usarli: dopo aver fatto, non al posto di fare. 

È una distinzione piccola sulla carta, ma che cambia radicalmente il significato di un'attività didattica, e forse anche il significato più profondo di cosa vuol dire insegnare e imparare oggi.

La lettera la trovate su Instagram o su Facebook

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